
Questa è una storia di piccola gente, di “brava gente”, è la storia di una famiglia che attraversa il tempo e l’Italia, mettendo in luce le similitudini tra due mondi apparentemente lontani come la Sicilia, il Friuli e il confine orientale. Luoghi che sono isole sotto l’aspetto linguistico, umano, sociale e per essere stati intersezioni di tante civiltà, fino al punto di trovare un incredibile punto di contatto in certe intuizioni poetiche e religiose, condensate da una frase meravigliosa e misteriosa come questa: “I morti sono la rugiada dei fiori…”. Tra la visione della vecchia Narosalia e il messaggio trasmessoci dalla chiesa aquileiese si crea insomma una formidabile sintonia che va indagata, raccontata, scoperta come accade leggendo le ispirate, potenti pagine di “Come papaveri rossi”, il romanzo scritto da Angelo Floramo per la Bottega errante e che, dopo “La veglia di Ljuba”, chiude il cerchio riguardante la storia della sua famiglia, la cui prima fiammella si accese appunto tra i monti della Sicilia e poi, seguendo le vicende di un’Italia scossa dagli eventi a cavallo tra Ottocento e Novecento, approda fino al Carso sloveno, prima di giungere in Friuli. Un romanzo che è un ribollire di personaggi, di sentimenti, di emozioni, anche di atti ribelli perché, come ha detto Martina Delpiccolo, presentandolo nella biblioteca di Martignacco per gli incontri di “Aspettando… La Notte dei lettori”, è un libro che parla di libertà, dignità, diritti calpestati, riguardandoci da vicino in quanto arriva a noi attraverso le conseguenze e i fatti che da quelle epoche sono derivati. “Questa – ha aggiunto – è la storia di Ninuzzu, il nonno di Floramo, ma è anche la nostra storia e a unirle sono quegli impalpabili papaveri rossi, che ci portano alle radici dell’amore da cui tutto sgorga. Questo è un romanzo in cui si risale dalla Sicilia, dalle vigne colpite dal sole fino alle pietraie del Carso. E si risale anche attraverso il tempo in quanto si ripercorrono le vicende di tre generazioni, nelle quali troviamo uomini che hanno lottano, che sono stati uccisi o esiliati, ma accanto a loro ci sono le donne, sensuali e coraggiose, forti e resistenti come le vigne di quella Sicilia. E si risale attraverso le lingue, con quel siculo verace e musicale per giungere alle sonorità slovene che, in un certo momento, un’Italietta prepotente voleva spegnere, cancellare. Sono lingue nelle quali si sente il richiamo del mare o il profumo dei limoni, lingue anarchiche, libere, che scuotono le coscienze…”. E per sottolineare le sue parole Martina Delpiccolo ha letto alcuni brani del libro, come quello iniziale in cui Ninuzzu scopre chi sia “Iddu”, manifestatosi con “quei colpi che venivano dalla crosta del mondo, come se un diavolazzo dell’inferno stesse spingendo con tutta la sua schiena per venire fuori dal profondo”. E Narosalia spiega così a Ninuzzu quella scossa di terremoto: “Iddu non è cattivo. E’ solo Iddu, ed è il buon Dio che ce l’ha voluto accussì. Accussì è, e anche noi accussì siamo”.
Angelo Floramo ha raccontato al pubblico di Martignacco le premesse di questo suo romanzo, che affondano in una famiglia fatta di briganti (che si opponevano a un potere ottuso e perciò così definiti…), di maghe, di zappatori, di teste marce, di cafoni che credevano nella rivoluzione e per narrarla ci voleva appunto “un idioma sporco, terroso, carico di ruvidezza”. E lo stesso, seguendo il destino di Ninuzzu, accade poi nel Carso duro come la Sicilia, insofferente nel sopportare un giogo di ingiustizie. (“Nello scrivere tutto questo ho fatto come i naufraghi che mandano messaggi chiusi nelle bottiglie affidate al mare, perché chi scrive è sempre un po’ naufrago”).
Durante il bellissimo incontro, aperto dai saluti del vicesindaco Antonella Orzan e di Paolo Montoneri, presidente del Sistema bibliotecario del Friuli, Floramo ha ricordato così la figura di don Pierluigi Di Piazza: “La sua vita ci insegna che la Chiesa dovrebbe avere ancora il coraggio di restare fuori dei templi e di saper fare le prediche ai pesci. La vita di Pierluigi ci dice che siamo tutti responsabili di fronte a quello che sta accadendo attorno a noi. C’è una siepe che si avvolge, dobbiamo saper guardare oltre…”.





















