Quando Einaudi mi disse «tagliati i capelli e vai a lavorare!»

Incontri, istanti, boutade e consigli che ti cambiano la vita: Marco Gaspari a passeggio con Giulio Einaudi

«Ero giovane, con i capelli lunghi, bello (e modesto!), avevo l’orecchino e studiavo scienze politiche a Bologna durante il periodo di Tangentopoli - non so se rendo l’idea! - il mondo era mio e tutto avrei pensato di fare tranne che continuare il mestiere di mio padre.»

Questo flashback fotografico ci porta a circa trent’anni fa ed il protagonista della nostra storia è un nome piuttosto noto dell’editoria: Marco Gaspari. Di questo Marco Gaspari c’è poco da dire, lo conoscono praticamente tutti; di quel Marco Gaspari vale la pena di approfondire. Già, com’è che Gaspari è diventato Gaspari? Ci sono momenti nella vita che ti cambiano, che sono una svolta, un accesso, proprio come in quel film sbanca-botteghini di un po’ di tempo fa protagoniste le porte scorrevoli della metro: entri e succede una cosa, non entri e ne succede tutta un’altra. E’ sempre così, in ogni istante della nostra vita, solo che a volte ce ne accorgiamo. Magari non subito, magari a distanza di anni, magari grazie al ricordo di una fotografia.

Tornando a quel Marco Gaspari, con l’aria scanzonata, in bilico tra la prima e la seconda repubblica, la posa da bohémien e con il motto all’occhiello the-world-is-mine, sta facendo una passeggiata per via Aquileia ed è in compagnia di Giulio Einaudi. Chi??? Si, Giulio Einaudi. Figlio del Presidente della Repubblica Luigi e padre di Ludovico, pluripremiato compositore. Proprio quel Giulio Einaudi. Ma soprattutto quel Giulio Einaudi che è un editore, pardon mi correggo: quel Giulio Einaudi che è l’Editore, cosa ben diversa. Icona, archetipo, punto di riferimento. Insomma, tornando a quell’immagine, Marco e Giulio stanno gironzolando distrattamente e con un pizzico di indolenza nel centro storico di Udine ed il primo, sicuro di sé, annuncia, quasi con un certo vanto, di non aver ancora deciso che cosa farà da grande, ostentando la sicurezza di colui che possiede talmente tanti assi nella manica da aver l’imbarazzo della scelta. Ad un certo punto però, Giulio lo guarda e con quella riconoscibilissima voce un po’ stridula gli fa “Gaspari…” (pausa 1-2-3 secondi) “io intanto incomincerei col tagliarmi i capelli e togliere l’orecchino!”

«Insomma, da vecchio volpone, scusami il termine, aveva già intuito che cosa avrei fatto, come lo avrei fatto e che avrei continuato, magari a modo mio, la via intrapresa da mio padre, nonostante le strade che avevo di fronte apparentemente mi stessero portando da tutt’altra parte.» Traducendo, Marco Gaspari è diventato il Gaspari che conosciamo oggi con un’imbeccata di quelle che di solito ti rifila il pensionato all’osteria sotto casa mentre beve il suo taglietto, solo che a lui gliel’ha data uno che si chiamava Einaudi, che magari da uno così ti aspetti un consiglio un po’ più approfondito, magari pregno di sapere, di istruzioni formative, di pareri tecnici, di illuminazioni in merito al know-how. Invece no, il classico - tagliati i capelli e vai a lavorare! Quando si dice la saggezza.»

Abbiamo ormai capito che a “Quelli della notte… dei lettori” esiste una sola domanda di rito, e la sua relativa ombra ad equilibrare yin e yang. E questa domanda - rullo di tamburi - è la terribile, puntuale, fatidica “che tipo di lettore sei?”

«Paziente, si, paziente: concedo almeno cento pagine di tempo all’autore per convincermi; sono disposto anche a sorbirmi dei mattoni, tuttavia considero che un buon scrittore debba risolvere il tutto in 350 pagine al massimo. Con questo naturalmente non voglio dire che Guerra e Pace non vada letto, sia chiaro. Tengo a precisare che non bisogna per forza leggere libri impegnati e la stessa cosa vale per il cinema e la musica, a mio avviso. Mi credi se ti dico che io alterno la classica a Gabry Ponte... mi va di ascoltarlo e lo ascolto! Certo capirai come i miei coetanei mi riempiano puntualmente di insulti! E poi certo, come autori... se devo farti qualche nome nel campo della narrativa ti dico Ágota Kristóf e Simenon. Ma non il Simenon di Maigret, quello per lui era il pane per vivere, parlo del Simenon di Tre camere a Manhattan per intenderci, quello più romanziere. Impressiona, tornando per un attimo al mio lavoro, pensare che uno come lui a quel tempo faceva uscire i propri romanzi senza editor, cioè lui li scriveva ed uscivano in stampa così, come appena partoriti dalla sua penna, senza alcun tipo di intermediario. Oggi sarebbe fantascienza.

Pensa che al caro amico Paolo Maurensig, nel suo celebre Teoria delle ombre, la sua editor, dopo una lunga discussione, gli fece cambiare l’espressione “cravatta strozzata” che secondo lei non era efficace. Ma lui era una persona talmente intelligente ed umile che si fidò ed accettò il cambiamento. Ecco, si, uno come Paolo, con quelle qualità, davvero ci mancherà.»

Il contraltare della precedente si condensa come da copione e a conclusione in un sconsiglio di lettura sul quale il nostro ospite risponde in mezza frazione di secondo, come se avesse avuto già il nome del colpevole in gola: Pamuk. «Di Orhan Pamuk ho provato diverse letture e devo dire che assolutamente non mi convince, anzi mi annoia: questi viaggi, viaggi, viaggi, viaggi, e poi ancora viaggi… e poi è diventato Premio Nobel, pensa te! E vaglielo spiegare poi ai miei clienti, acquirenti, lettori ai quali non lo raccomandavo. Certo, uno come Einaudi c’avrebbe visto giusto!»